Psicoanalisi Laica

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"Il problema della psicoanalisi condotta da non medici" (Die Frage der Laienanalyse), 1926

Con il termine psicoanalisi laica, o più semplicemente analisi laica, si intende la psicoanalisi condotta da non medici o non psicologi. Il termine venne usato per la prima volta dallo stesso Sigmund Freud (in ted. Laienanalyse). Attualmente è in corso un dibattito per stabilire se la psicoanalisi debba o meno essere considerata una psicoterapia ad esclusivo appannaggio di medici e psicologi oppure se sia diritto, come voluto dal fondatore della psicoanalisi Sigmund Freud, che anche umanisti da altri ambiti possano praticarla (sociologi, antropologi, filosofi ed altri con specializzazione in psicoanalisi). Secondo gli psicoanalisti "laici" la vera psicoanalisi, secondo quanto inteso da Freud stesso, sarebbe la psicoanalisi studiata in sé e per sé e non come ulteriore specializzazione di medici e/o psicologi.

[modifica] Origine

Da sinistra a destra: Sigmund Freud, Stanley Hall, C.G.Jung. Fila dietro, da sinistra a destra: Abraham A. Brill, Ernest Jones, Sandor Ferenczi

Il termine venne utilizzato da Sigmund Freud nel suo scritto "Il problema della psicoanalisi condotta da non medici" (in ted. Die Frage der Laienanalyse) del 1926 in difesa di Theodor Reik. Tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX secolo nasce a Vienna la psicoanalisi, fondata da Sigmund Freud. La psicoanalisi si rivelerà una disciplina con una propria autonomia e fecondi risultati in molte altre discipline. L'idea freudiana di un inconscio che, senza che ce ne rendiamo conto, ci impone delle scelte, è ormai diffusa anche nell'uso comune. Dalla psicoanalisi nasceranno, tra l'altro, molte teorie terapeutiche. In realtà, il costrutto teorico di inconscio nasce prima di Freud, e riceve una prima "pre-elaborazione" ad opera di vari teorici nel corso del XIX secolo: Hartmann, Pierre Janet ed altri; Freud lo rielabora però profondamente, e lo pone come costrutto fondamentale della sua articolata metapsicologia. Tra i discepoli di Freud il più famoso fu lo psichiatra svizzero Carl Gustav Jung, che dopo essersi occupato per alcuni anni del rapporto tra processi ideativi di tipo associativo e istanze di elaborazione inconscia, rielaborò profondamente ed estese il concetto di Libido, da quello classico e riduttivo di pulsione sessuale ad un concetto di energia psichica più ampia, comprensiva ed articolata; introdusse per primo il concetto di inconscio collettivo, ed approfondì l'interesse della psicoanalisi per l'analisi dei processi simbolici ed il rapporto tra istanze culturali e individuali. La profonda riformulazione teorica del concetto di Libido causò una scissione nel movimento psicoanalitico, e Jung, che fino a quel momento era stato ritenuto "il delfino ed erede" di Freud, ne fuoriuscì, con una "rottura" piuttosto drammatica. Nel 1913 fondò a Zurigo la sua scuola di psicologia analitica, a tutt'oggi assai vitale e feconda, e da cui sono derivate nel corso degli ultimi decenni tre correnti principali: quella "classica" del C.G.Jung Institut di Zurigo, che si focalizza maggiormente sugli aspetti individuativi del processo analitico; quella "evolutiva", il cui principale esponente è Michael Fordham (e che punta ad integrare alcuni aspetti teorici junghiani con quelli degli approcci psicodinamici post-freudiani), e quella "archetipica", il cui principale esponente è James Hillman (che approfondisce maggiormente gli aspetti archetipici, simbolico-religiosi e quelli propri dell'inconscio collettivo). La questione dell'analisi laica si presentò al fondatore della psicoanalisi Sigmund Freud quando uno dei suoi allievi, Theodor Reik venne denunciato per abuso della professione medica in quanto praticava psicoanalisi pur essendo laureato solo in filosofia. In sua difesa intervenne appunto lo stesso Freud che più volte aveva ribadito che la psicoanalisi si strutturava come una disciplina non necessariamente destinata ai medici.

«La cosiddetta preparazione medica mi sembra una via contorta e pesante per giungere alla professionalità analitica.»[1]

Tra i primi grandi psicoanalisti che furono allievi di Sigmund Freud, vi furono molti filosofi, tra cui lo stesso Theodor Reik ed anche Otto Rank, le cui ricerche ed opere ormai fanno parte della storia della psicoanalisi. Tuttavia il testo di Freud in difesa dell'analisi laica fu definito dal suo stesso autore un "flop", in quanto la psicoanalisi venne assorbita dalla psicoterapia, nonostante ciò fosse contrario alle sue intenzioni. In una lettera del febbraio 1939 scritta al Dott. Jelliffe, Freud affermò:

«Non sono affatto felice di vedere che in America l’analisi è diventata la serva della psichiatria e nulla più.»[2]

E in una lettera del 1926 a Paul Federn aveva scritto:

«Fino a che vivrò, mi opporrò a che la psicoanalisi venga inghiottita dalla medicina.»[2]

Dal momento, però, che le volontà di Freud, nonostante fosse il fondatore della psicoanalisi, non sono state rispettate, e la psicoanalisi oggi è considerata esclusivamente per le sue potenzialità cliniche, se si vuole diventare psicoterapeuti, mentre lo Stato non riconosce lo psicoanalista in numerosi paesi (tra cui l'Italia), questo ha portato alla nascita di un movimento per il diritto di esercitare la psicoanalisi laica, ossia senza essere medici o psicologi. Per Freud, la differenza tra un soggetto psichicamente "sano" e uno "malato" è solo quantitativa e non qualitativa. Egli sostiene che i meccanismi che operano nella mente di una persona sofferente di disturbi psicopatologici siano esattamente gli stessi che operano nella mente di una persona "sana"; la differenza sta nell'intensità con cui i conflitti che agiscono nella mente della persona si manifestano al mondo esterno, e intervengono nella sua vita personale e sociale. Questo rende priva di fondamento la distinzione stessa tra soggetto "sano" e "malato": semplicemente, essi esprimono in modi diversi contenuti inconsci dello stesso tipo. Ogni essere umano è costantemente coinvolto in una serie di esperienze e interazioni con l'ambiente esterno, di vario tipo e intensità. Ovviamente, la reazione a una stessa esperienza cambia da soggetto a soggetto e, anche nella stessa persona, è diversa a seconda del particolare momento della vita in cui si presenta tale esperienza. Allo stesso modo, è diversa anche la portata emotiva che il soggetto associa (più o meno consciamente) all'esperienza. Se durante la vita di una persona si verifica un evento accompagnato da un'intensa portata emotiva, che in quel momento il soggetto non è psichicamente in grado di fronteggiare, allora l'esperienza risulta "traumatizzante" per la persona stessa. Secondo la prima topica freudiana, per non risultare "schiacciato" dall'intensità delle emozioni, il soggetto, servendosi dei meccanismi di difesa, rimuove l'intera esperienza e soprattutto le emozioni vissute, "spostandole" nell'inconscio. Lì tali affetti restano finché non vengono eventualmente riportati alla coscienza. È possibile che l'esperienza, prima o poi, riemerga alla coscienza: può accadere, durante la psicoterapia, che il soggetto ricordi l'evento ma non abbia alcuna memoria delle emozioni provate; questo perché non è il contenuto dell'evento in sé a costituire pericolo per la persona e dal quale questa si protegge, ma piuttosto il carico emotivo correlato, eccessivamente intenso per la psiche del soggetto. Le emozioni rimosse mantengono sostanzialmente intatta la loro forza, anche a distanza di tempo, e possono "operare" dall'inconscio influenzando alcuni aspetti della vita psichica della persona. I contenuti rimossi vengono mantenuti nell'inconscio da quelle che Freud chiama resistenze, che hanno lo scopo di impedire che il materiale che un tempo era ritenuto pericoloso per il soggetto possa "riemergere" in futuro. Non esiste un meccanismo che sia l'"inverso" della rimozione, per cui l'unico modo che il soggetto ha per riottenere il controllo su tali contenuti è quello di elaborare e rimodulare alcune delle proprie resistenze, sovente con l'aiuto di un esperto, così da permettere al materiale inconscio di integrarsi nella coscienza.

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